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Ci si può ritrovare ad ascoltare un album e a meditare sul significato di “nuove proposte”, in questo periodo che è valanga di suoni che vorrebbero essere nuovi e che invece si accartocciano su prevedibili andamenti senza scosse, in questa sarabanda di giovani proiettati su palchi che sono arene massacranti dove dopo i quindici minuti di celebrità tutti scompaiono con una ferita in più e un’illusione in meno, in un saturazione d’ascolto senza sorprese che distrae e quasi impedisce pensieri pacati, meditati e diligentemente trascritti dopo attente osservazioni quotidiane.

Orlando è una novità proprio nel suo non esserlo affatto, nel suo procedere su percorsi che conosce bene, che gli appartengono da sempre, che hanno segnato le mattonelle del suo andare vitale, viaggi di ascolti e di vicende, sentieri che non tengono conto delle strade asfaltate che corrono in altri mondi paralleli, viottoli dove il passo è quello naturale e senza fretta e dove è più facile ascoltare il respiro, movimenti d’aria che è abituato a respirare e che rilancia con la modestia di chi ha imparato qualche piccola verità che non cambierà certo la vita a nessuno, ma che può aiutare a lenire, almeno, le piccole ferite del cuore.

Ci vuole coraggio, pari a quello di Farnedi col suo ukulele, per progettare un album con due soli strumenti, in presa diretta, registrato in due giorni, senza dubbi, senza destabilizzanti domande sulla probabile lontananza dai canoni della maggioranza, con l’unico desiderio di comunicare adesso quello che gli sta impegnando la mente.
Il compagno d’avventura, l’ottimo pianista Primiano Di Biase, è un musicista sopraffino, sensibile e capace di massaggiare le parole di Orlando con estratti emozionali che sciolgono i dolori e lasciano solo, a volte, in sorprendente simbiosi, una calda malinconia.

L’album “Inusitato” è il quinto della lunga carriera di Orlando, dopo 3 album in studio e a 3 anni da un live “”Notediparole”, che vedeva formazione a 3 con Di Biase questa volta alla fisarmonica e il contrabbassista Ermanno Dodaro, album offerto insieme a un libro della scrittrice Simonetta Bumbi.

Apre la bossa pacata di “mento”, con Di Biase che cesella, intorno alla ritmica chitarra di Orlando, le parole di un ripensamento, di un intenso cogitare, nell’attesa di una prossima ripartenza che farà seguito a una necessaria profonda riflessione.
Più sostenuta “Quello che rimane” che medita sulla scarsa ma preziosissima resa dei raccolti di tutta una vita, perchè “quello che rimane del passaggio / sono lacrime e sudore sostenuti dal coraggio”.
Sognante l’andamento del piano in “Andrea”, su una capacità che ha solo la musica, quella di trasmettere la stessa identica emozione simultaneamente a tutti, o all’opposto a chi, da solo, con le mani sulla tastiera infinita della vita, trova tutta la sua ragion d’essere, trasportato in un altrove che è rifugio esclusivo dell’artista.

Se”, briosa e jazzata, sulla difficoltà della parola che racconta, perché in ognuno resta più del dire, quel più fatto di sogni presi e abbandonati, desideri e giorni confusi ma mai dimenticati. “Senza parole”, lenta e avvolgente come una calda coperta, per assenze e presenze di notti che diventano importanti.

I ricordi sono ancora presenze “Quando non ci sei”, quando i pentimenti si sciolgono e restano i momenti, i gesti che ricordano e accompagnano. “La storia”, molto bella, è un valzer che forse aiuta a capire da quali mondi nasce uno come Vinicio Capossela, ironica e sarcastica per questa italietta che non vuole uscire dalla mediocrità, dove “…risse mimate studiate politici attori che si fanno fuori / si vede che ci sanno fare è il loro mestiere mentire si sa / poi chiedono giri di vite ma di quelle vite non hanno pietà / ignorano paure e bisogni non sanno dei sogni lasciati a metà…

Introdotta da un arpeggio accennato sui toni alti, “Ruth” è dedicata alla «pietra scartata dai costruttori e divenuta testata d’angolo» (Salmo 116), a tutte le donne che resistono alle avversità che ancora oggi complicano la vita al femminile, a tutti quelli che incuranti subiscono contrarietà per irrilevanze assurte a leggi. Infine una lenta ballata, “Lei”, in un sussurro, e a chiudere ancora una bossa, “Cosa ne sarà”, sui sentieri dei destini incrociati, per ciò che fu e per quello che non è mai stato… l’album sfuma nel silenzio e si resta per lunghi attimi distesi, le cuffie che isolano dal mondo, un’eco lontana di piano, un soffio d’emozioni che vaga e sciama via lentamente…

Bell’album “Inusitato”, e il consiglio, per chi ne ha l’occasione, è quello di andare ad ascoltarlo dal vivo, per essere trasportati dal suo flusso di pensieri ed emozioni in un caotico e placido volo.
Voto 7

Alberto Marchetti

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