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ultimamente fumo tantissimo. veramente sono loro, le sigarette, che fumano con me, ché spesso ce ne sono un paio a chiacchierare e pensare di brutto nel posacenere, visto che da lui esce un’infinità di fumo. chissà che penseranno di me.

le miglior risposte sono quelle che non si hanno, o non si danno.

il danno è che a volte ci facciamo troppe domande. e proprio oggi, dopo l’incontro di gruppo al cim, riflettevo su ciò che si era detto e ascoltato.

siamo diventati un bel po’ lì, e tutti con lo stesso problema: il pensare troppo. sì, perché, il farlo, ti conduce per strade pericolose: quelle delle domande.

e ci si domandava del motivo per il quale chi è troppo sensibile si ponesse sempre la stessa: dov’è che sbaglio.

ecco, lo sbaglio è questo, e cioè sentirsi sempre un errore e dalla sua parte, ma non è così. almeno non sempre, ché gli errori li facciamo tutti e forse qualcuno li fa più spesso degli altri, ma questo è un altro discorso.

vorrei incentrare nel mio cervello, almeno ora, solo il primo caso. e caso ha voluto che mi si presentasse proprio un esempio lì sotto il cervello, al momento giusto, o sbagliato, visto che ne avrei fatto volentieri a meno.

a volte meno parlo con le dita e meglio è, ma loro sono l’unica voce che ho, ché dopo aver detto con la lingua, spesso, il fiato di chi ha ascoltato si fa spesso e ci va giù pesante, con me. la loro scusa è che dico stronzate perché faccio lavorare troppo la testa, ma lei, non è scema come me, e allora, visto che io è così, c’è qualcuno che ne approfitta e dimentica il suo, di dire. mentre io prende tutto sul serio, anche quella parte di me che ama chi non ama me.

me lo diceva, mamma, di farmi i cazzi miei, ma, sempre a suo dire, io sono come forbicetta (il tagliaforbice) che mentre l’affogavano, ancora apriva le tenaglie. i detti di una volta, detti da mamma, tornano sempre a galla, e mi sa che prima che muoio dovrò dirle che ha ragione.

è vero, la ragione è dei fessi, ma lei non lo è.

e nemmeno noi.

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