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crescemmo insieme, e si chiamava marco, solo una loggetta ci separava, oltre che lui non mi amava. poi crebbi e un marco s’innamorò di me, ma io stavo già fuori dal balcone da un po’. alla fine ci innamorammo e ci sposammo. era un altro, ma sempre marco si chiamava.

è da questo che ho incominciato a pensare che qualcosa.

è che quando ci si innamora si diviene campana, ché spesso c’è un batocchio che sbanda dentro, e rintrona il cervello. e pure il cuore.

cuore anima vita, mia. ma de che? tutti sottosopra e tutti santi, anche i peggior luciferi non hanno difetti, quando lo schiocco di quella freccia ci prosciutta occhi mani e pure i guanti, manco fossimo insaccati dall’istante.

e, istante dopo istante, trascorrono gli anni, mentre si aspetta quel famoso giorno in cui un capone fa solo capolino, e diventiamo tutti complici di un assassino.

essì, perché cupido mica lancia cioccolatini, anzi, penso che quel giorno che m’innamorai a me mi sa che mi lanciò una bomba a mano e poi mi scaraventò fuori da un finestrino, ché feci un botto tremendo quando, quello che credevo un santo, mi fece le scarpe per andare scalza verso il paradiso a cercare valentino.

ma valentino, vestito di nuovo, arriva imperterrito ogni anno, e manco fosse il babbo natale dell’occasione, aspetto un’altra freccia, sperando che questa volta sia piena di tutti i santi, ricchi d’amore…

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