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poi ti svegli una mattina e ti dici, e pure tante e pensi. pensi che poi, in fin dei conti, arriverà la fine, quella che ti salva e ti riporta da dove sei venuto.

oggi c’è tanto vento, e butta tutto all’aria e tutto sembra polvere, sporcizia, e sporca il respiro e pure la tua vita stessa. e non trovi un sapone adatto per togliertela di dosso. mentre penso questo le finestre si parlano e pure le tende. le foglie s’arricciano s’incontrano e bussano alla porta.

ma a che serve scrivere. per sfogarci, strofinarci agli allori, perderci nell’illusione o sfrattarci da quel quotidiano che non trova una collocazione se non nelle tue dita.

le giro, me le guardo, e mi dicono che non lo sanno. loro scrivono e basta. le parole escono come da un rubinetto rotto, e schizzano qua e là. ma poi arriva quel giorno che si dicono pure loro “ma che ci stiamo a fare, qui”. nemmeno io so dire loro nulla. e nemmeno può essere tutta loro, la colpa o la causa.

si soffre, ci si monta sopra, si valuta qual è il peso più grosso, come se lo si mettesse su di una bilancia, e allora se il tuo è più grosso del mio tu hai ragione e io no. anzi, più è grosso e più mi posso permettere di. ma no, non è così. forse è che non ci sono più bocche né occhi veri, o forse è il vento che sproloquia e mette sottosopra tutto, pure le idee i sentimenti i dolori.

e poi le dita mica lo sanno, loro scrivono e basta, ma non gli basta mai e ancora dicono. e a volte se lo dicono tra di loro e si sfregano, mentre pregano il silenzio di arrivare, e di farlo per arrivare a quel giorno, in cui nemmeno loro si sveglieranno e potranno finalmente dirsi qualcosa di bello, mentre tornano a casa, con te.

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