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c’è stato un tempo in cui ho dovuto fare il comico, per allietare l’uscita di scena di mio padre a lui e a mia madre, e a me, per non morire entrambi. non avevo voglia, né dell’uno né dell’altro, ma ho dovuto. come ho dovuto fare tante altre cose, senza averne voglia. poi, dopo le mie tre morti ho capito, ho capito che tante cose non esistono, per tanti, ma solo per alcuni. e, mentre quei tanti ti usano, quei pochi cercano di sopravvivergli.

c’è stato un tempo in cui ho creduto che l’amicizia si fondasse su le radici della coerenza poi, partito anche il mio ultimo amico, mi accorsi che con lui se ne erano andate tante radici e che avrei dovuto piantarne altre, se non volevo restarne senza. senza patrizio la resistenza è stata dura, mentre io, molle al massimo, ho tentennato per anni poi, poi mi sono fatta coraggio e, come una tartaruga che esce dal suo letargo, sono andata ad aprire le mani ad altri coraggi.

farsi coraggio è come cadere dalla padella alla brace, ché c’è sempre qualcuno che mentre cucina qualcun altro se lo mangia. ed ho iniziato di nuovo a farmi mangiare, ma a me questa cosa qui incomincia a starmi stretta di nuovo. e non è per i chili di troppo, ma proprio perché, quando il troppo è troppo, storpia le relazioni anche quelle che tieni strette nel cuore.

il mio cuore, a forza di farsi le pippe mentali, s’è rotto il cazzo e se ne vuole andare. io lo lascerei pure fare, ma credo che non sia onesto nei riguardi suoi e di qualcun altro comico come lui. già, è comica ‘sta cosa, ma non ha nulla a che vedere con chi mi chiede se ho mai pensato di fare il comico, ché pensa che il dispiacere che mi dà sia uno zerbino su cui pulire il suo cammino. strano, eppure parecchie volte ci si è venuto a specchiare.

e di comico, in tutta la mia storia, è evidente, che c’è solo il mio sedere.

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