diciannove aprile a roma, da una finestra di palazzo del gallo di roccagiovine
in quel di foro traiano alle 18 e 36

abbiamo portato lo specchio dal deserto, lasciando vuoto il concreto ancora non scoperto

e mentre s’affaccia l’involucro dello stupore, l’occhio vede
che roma ancora beve dai suoi allori

le luci della gloria riporta gioghi e tuoni di quel che nulla s’apprende se non si vede l’ascoltato e giù, dove vivono i quartieri, ancora gridano le storie dei palazzi antichi e fugge via il traguardo tra un sampietrino e il gioco di quel bimbo, ché la sua campana ha tintinnii di gessi mentre s’intrecciano i lacci al suo futuro
fatto di ruderi e sassi.

la storia di roma ha un ruolo importante, che tu la veda fatta solo di passi o che tu la beva come fosse melassa

è il ricordo di morti di latte d’irruzione, di terriccio riportato di case affogate dallo stato,
di vermi sopra i banchi di buchi neri di sole assetato, di pugni grugni e d’incazzati,
di corse e pallottole su pei tetti,
di stronzi di sorrisi rubati di baci e di dannati.

la storia di roma è voce è polvere è ponentino che t’assale come libeccio,
è silenzio è risa di vini è spumante è tappi,
ché mentre la vita frizza non la puoi fermare,

ch’è quella bolla tuffata nell’amore
che sale qui dal petto come fosse mare…

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